Regime forfettario
Requisiti, aliquote e convenienza.
Apri28 luglio 2026 · Partita IVA
La domanda arriva quasi sempre a settembre: «conviene aprire adesso o aspettare gennaio?». La risposta dipende da due meccanismi che quasi nessuno conosce prima di trovarseli addosso.
Il regime forfettario si applica fino a 85.000 euro di ricavi o compensi incassati nell'anno. Il punto che sfugge è che, per l'anno in cui l'attività inizia, quella soglia non si guarda in valore assoluto: si ragguaglia ai giorni di attività.
Un esempio rende l'idea. Apri il 1° settembre e fino al 31 dicembre incassi 40.000 euro. In valore assoluto sei lontanissimo dagli 85.000 e ti senti tranquillo. Ma 40.000 euro incassati in 122 giorni equivalgono, su base annua, a circa 119.700 euro: sopra la soglia. Il forfettario lo hai usato regolarmente per quell'anno, ma dall'anno successivo ne esci, e ti ritrovi in regime ordinario con IVA, registri e studi di settore evoluti in ISA a cui non avevi pensato.
Chi apre a gennaio ha dodici mesi per stare sotto la soglia. Chi apre a settembre ne ha quattro, e la soglia effettiva per quei quattro mesi è di circa 28.400 euro. Non è un dettaglio: è la differenza tra restare forfettari e non restarci.
Le nuove attività, se rispettano le condizioni previste, applicano un'imposta sostitutiva del 5% invece del 15%. Il beneficio dura cinque periodi d'imposta, e un periodo d'imposta è l'anno solare: che tu abbia lavorato dodici mesi o quattro, quell'anno è consumato.
Chi apre il 1° settembre 2026 avrà l'aliquota al 5% per gli anni 2026, 2027, 2028, 2029 e 2030. Nei fatti sono quattro anni e quattro mesi di attività agevolata. Chi apre il 1° gennaio 2027 li avrà per 2027-2031: cinque anni pieni. A parità di tutto il resto, aprire a settembre costa otto mesi di agevolazione.
Attenzione però a non trasformarlo in una regola automatica. Se hai già lavoro da fatturare a settembre, rinviare l'apertura significa rinunciare a quel fatturato oppure incassarlo in modo irregolare, e nessuna delle due è una buona idea. Il calcolo va fatto sui numeri veri, non sul principio.
Qui la risposta cambia a seconda della cassa. Chi rientra nella Gestione Separata INPS, tipicamente i professionisti senza cassa di categoria, versa in percentuale sul reddito: se il reddito è basso, il contributo è basso, e aprire a metà anno non produce alcun costo aggiuntivo.
Chi si iscrive invece alla gestione artigiani o commercianti paga contributi fissi minimi, dovuti a prescindere dal reddito prodotto. Quei minimi sono rapportati ai mesi di iscrizione, quindi aprire a settembre non fa pagare l'intero anno; però ogni mese di iscrizione costa, anche se in quel mese non hai fatturato nulla. È un motivo in più per non aprire "per sicurezza" qualche mese prima di avere clienti.
Se la proiezione su base annua sfonda gli 85.000, il forfettario dura un anno solo e tanto vale impostare da subito il regime ordinario.
Se sì, la data la decide il cliente, non l'ottimizzazione. Se no, aspettare gennaio è quasi sempre più efficiente.
Con i contributi fissi ogni mese di anticipo è un costo certo; con la Gestione Separata no.
Aprire la partita IVA "per essere pronti", mesi prima di avere il primo cliente. Nel migliore dei casi si pagano contributi per un'attività che non c'è; nel peggiore si consuma il primo dei cinque periodi d'imposta al 5% senza fatturare un euro. La partita IVA si apre quando serve emettere la prima fattura, non prima.
Il rovescio della medaglia esiste ed è altrettanto sbagliato: incassare compensi senza partita IVA rimandando l'apertura. Le prestazioni occasionali hanno confini stretti e superarli, oltre a essere irregolare, fa scattare l'obbligo di iscrizione con effetto retroattivo.
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